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Full text of "Silvia La Regina Le Memorie Del Colonnello Pietro Fumel"

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AS FORMAS DA MEMORIA 

dos diàrios aos contos, 

ao cinema e às outras formas 

de arte e comunicagào 




Anais do IX Congresso Nacional de Pro- 

fessores de Italiano 
e do III Encontro Nacional de Estudos 

Italianos 



Eugenia Maria Galeffi e Silvia La Regina 

organizadoras 



Salvador, 14- 1 8 de novembro de 2001 
Universidade Federai da Bahia 

Associalo Brasileira dos Professores de Italiano - ABPI 
Departamento de Letras RomAnicas, UFBA - Setor de Italiano 



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Le Memorie del Colonnello Pietro Fumel 

Silvia La Regina 
UFBA 

Abstract 

Le Memorie del Colonnello Pietro Fumel sono un piccolo testo 
manoscritto trovato fra carte di famiglia venute da Paola, in Calabria. Il testo, 
composto dal Decurione di Sammarco Argentano Vincenzo La Regina, curioso 
personaggio amico di Garibaldi e di Dumas padre, riporta parte delle memorie, 
"raccontatemi da lui stesso" nel 1865, del colonnello piemontese Pietro 
Fumel, uno dei principali e più feroci repressori del brigantaggio in Calabria 
subito dopo l'Unità. 

JVli piace pensare che, pur collegandomi al tema del congresso e a 
quello specifico della tavola rotonda, in qualche modo lo capovolgo: invece di 
raccontare memorie di italiani venuti in Brasile, narrare le memorie di un italiano 
che sicuramente, con le sue azioni, anche se involontariamente, ha contribuito 
alla partenza e quindi all'abbandono della patria da parte di molti italiani 
meridionali, nel caso specifico dei calabresi. 

La difficilissima situazione del meridione d'Italia all'indomani dell'Unità 
è stata argomento di studio fin dagli anni '70 del XIX secolo: Pasquale Villari 
con le sue Lettere meridionali, pubblicate sulla rivista L'opinione di Roma 
nel 1875, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino con la loro inchiesta La Sicilia 
nel 1876, Giustino Fortunato con La questione demaniale nell'Italia 
meridionale (1879) sono solo alcuni fra i primi ad occuparsi di quella che più 
avanti verrà chiamata Questione meridionale e che attirò l'attenzione critica di 
Gramsci, inizialmente con Alcuni temi della questione meridionale (1926) e 
poi in vari punti dei Quaderni del carcere. 

Non è questo il luogo per dilungarsi sulla questione meridionale, né tantomeno 
sul fenomeno del brigantaggio, sviluppatosi in modo via via più clamoroso e 
inarrestabile proprio al momento dell'unificazione (per una dettagliata storia 
del brigantaggio, cfr. MOLFESE, 1972). Evidentemente, comunque, esiste un 
rapporto diretto fra le precarie condizioni di vita nel Meridione (così come di 
altre aree italiane, come il Veneto), la violentissima repressione contro il 
brigantaggio e il fenomeno dell'emigrazione verso le Americhe, iniziato anch'esso 
subito dopo l'unità e proseguito nei decenni successivi in modo sempre più 
massiccio. 



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In questo quadro s'inserisce un testo inedito trovato manoscritto 
(secondo il più classico dei copioni) in un baule di vecchi documenti familiari. 
Intitolato Memorie del Colonnello Pietro Fumel e scritto nel 1865 da 
Vincenzo La Regina, ha come protagonista appunto il colonnello Fumel, del 
quale si dice in un site sulla storia di Ivrea, sua città natale: 

Patriota ardente, organizzò nel 1859, la difesa armata di Ivrea in 
previsione di un attacco austriaco. Nel 1860 fu nominato maggiore 
della Milizia Mobile della città ed inviato a Bologna. Poi scese per 
due volte in Calabria per combattere il brigantaggio. Per il suo grande 
coraggio fu decorato con la medaglia d'argento al valore militare. 

Sappiamo però che Fumel fu uno dei più feroci repressori del brigantaggio; ne 
scrive Molfese (1972, p.152): 

Il protagonista della repressione nel Cosentino fu, dal settembre 1861, 
il colonnello della guardia nazionale mobile Pietro Fumel, piemontese, 
il quale, adottando il metodo del terrore e delle torture, prescindendo 
dall'osservanza di qualsiasi garanzia legale, fucilando indistintamente 
briganti e manutengoli, veri o supposti, e colpendo anche 
favoreggiatori altolocati, quali il barone Luigi Campagna di San 
Marco, distrusse non poche bande [...]. 

Lo scenario delle Memorie è il paese di Sammarco (oggi San Marco) 
Argentano 1 , nell'attuale provincia di Cosenza, 5000 abitanti nel 1859 (106 
aventi diritto al voto); durante la spedizione dei Mille, Garibaldi passò per 
Sammarco, ed il paese, lungi dal combatterlo, lo sostenne: 

Comune di Sammarco. Oggi che sono lì 3 del mese di settembre anno 
milleottocentosessanta in Sammarco. Chiamato il Decurionato del 
Comune [...] sotto la presidenza del Sindaco D(on) Giuseppe Candela 
si è proposto un uffizio del Sindaco di Tarsia del due corrente mese ed 
anno col quale il prelodato Sindaco trascriveva gli ordini scritturalmente 
lasciatili dal Generale Giuseppe Gariboldi, che essendo Tarsia in 
posizione di truppa e non essendo il paese sufficiente per provvedere 
nei bisogni, autorizzava quel sindaco a chiede soccorso ai paesi fuori 
linea ed è perciò che il Sindaco sopradetto chiede a questo Comune 
tremila razioni di pane di ottima qualità, non che due cantase di 
formaggio ed un cantaso di lardo e prosciutto. Il Decurionato adunque 
delibera ove debba togliersi la spesa. Il decurionato [...] volendo 
obbedire agli ordini trascritti da quel Sindaco del S. Generale Giuseppe 
Garibardi è di parere che la somma inserviente per l'acquisto del 
grano ed altro sia anticipata dalla Casa Comunale di questo Comune 
e proclamarsi la superiore autorizzazione (apud CHIASELOTTI). 



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Da notarsi, qui come negli altri documenti del consiglio di Sammarco, 
una certa precarietà linguistica, che invece non ritroveremo nelle Memorie. 

Sempre nel 1860, Sammarco, o meglio i suoi 106 votanti, al 
plebiscito per l'annessione al regno di Savoia "dietro il grido unanime di viva 
l'Italia una con Vittorio Emmanuele" (apud CHIASELOTTI) aderì al nuovo 
governo. 

Il 12 febbraio 1862 è promulgato il famigerato editto di Fumel, che 
riporto dal site di Chiaselotti: 

Avviso al pubblico: Il sottoscritto incaricato della distruzione del 
brigantaggio promette una mangia [sic] di franchi cento per ogni 
brigante vivo, o morto, che si prenderà, tale mangia sarà data pure a 
quel brigante che ucciderà un suo compagno, oltre di aver salva la 
vita. Diffida che sarà immediatamente fucilato chiunque darà ricovero 
o mezzo qualunque di sussistenza o di difesa ai briganti, o vedendoli 
o sapendone il luogo ove sono rifugiati, non ne dia tosto avviso alla 
forza ed all'autorità civile e militare. [. . .] Tutte le pagliaie dovranno 
essere abbruciate, le torri, le case di campagna che non sono in 
intonico a forza devono tra lo spazio di tre giorni venire scoverte e le 
aperture murate. Scaduto il termine saranno abbruciate come saranno 
uccisi gli animali senza la necessaria custodia. Resta proibito di portar 
pane e viveri qualunque fuori l'abitato e sarà tenuto complice dei 
briganti il contravventore [...] L'esercizio della caccia è pure 
provvisoriamente vietato. Il sottoscritto non intende vedere in questa 
circostanza che due partiti: Briganti e controbriganti, perciò tra i primi 
terrà chi voglia tenersi indifferente e contro questi prenderà misure 
energiche [. . .] Segnato il maggiore Fumel. 

Chiaselotti segnala l'esistenza del "termine dialettale 'fumaru ' con cui 
viene indicata una persona che incute terrore" e che deriva dal nome di Fumel, 
evidentemente in seguito sia all'editto sia alle sue pratiche di epurazione, segnalate 
da più autori (come Molfese: "Il Fumel non badava ai mezzi [...] perfino Bixio 
stigmatizzò alla Camera dei Deputati, con roventi espressioni, le crudeltà della 
repressione di Fumel [...] 'Si è inaugurato nel Mezzogiorno d'Italia un sistema 
di sangue'", pp.412-413 e 429). 

Scrive Antonio Pagano, nel site da lui organizzato: 

Questi orrendi misfatti ebbero un'eco perfino alla camera dei Lords 
di Londra, dove nel maggio del 1863, il parlamentare Bail Cochrane, 
a proposito del proclama del Fumel, affermò : « Un proclama più 
infame non aveva mai disonorato i peggiori dì del regno del terrore 
in Francia», per cui gli ufficiali che avevano emanato quegli ordini 
furono allontanati dai propri reparti. 



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Nonostante tutto, però, nel 1863 Sammarco concesse la cittadinanza 
onoraria a Fumel, nello stesso anno in cui, pochi mesi dopo, l'avrebbe concessa 
anche ad Alexandre Dumas padre (1803-1870), che aveva abitato a Napoli dal 
1860 al 1864 ed era amico di Garibaldi, del quale nel 1860 aveva raccolto le 
memorie a Parigi, poi pubblicandole col titolo Memoires de Garibaldi. 
Trascrivo, dilungandomi perché si osservi al meglio il suo stile, l'atto del consiglio 
di Sammarco che concedeva la cittadinanza onoraria a Fumel: 

[...] Il Consiglio, Considerando che i Geni tutelari della pubblica salute 
vengono spediti da Dio ad emancipare dalle gravi tribolazioni alle 
quali non di rado van soggette le nazioni per ismorbarne dalla 
infestazione dei molesti rapinatori che si assidono qual flagello di 
Dio alla cena delle Eumenidi, ed inferendo fino alla effusione del 
sangue fraterno, coprire di stragi, di squallore la terra bruttata dalle 
forme di incessanti nequizie, Considerando che nella esecuzione del 
proprio mandato l'abilità dello egregio colonnello Fumel è tale da 
procurarsi con una logica trascendentale la evidenza delle pruove 
dell'altrui malfatto, traendo a spontanea confessione i delinquenti 
istessi, non senza le meraviglie degli assistenti e quindi condannando 
nel capo con pieno convincimento morale, nel respingere da sé la 
qualifica di giudice severo, viene ad assicurarsi anzi dallo universale 
lo encomio di albero della Vita. Considerando che questi angeli 
sterminatori nel senso della divina parola onorano di troppo la 
umanità, accendono il cuor cittadino di nobile orgoglio in partecipare 
ad alcuna gloria di essi, onde stima fortuna di stringere con tale 
celebrità vincolo di obbligata dilizione a monumento imperituro, 
perlocchè investendosi di cittadina prerogativa, blandirsi qual nostra 
predilettissima prole e come a generata nell'interno del proprio seno, 
A voti unanimi delibera 1 Dichiararsi Benemerito della Patria il S(ig) 
Colonnello D(on) Pietro Fumel, con accordargli la cittadinanza di 
questo municipio di Sammarco Argentano. 2 Che della presente 
deliberazione se ne rilasci copia per colonnello preonorato. Fatto e 
chiuso oggi giorno mese ed anno come sopra (31 gennaio 1863) 
(apwdCHIASELOTTI). 

Tornando al nostro testo, l'autore delle Memorie, Vincenzo La 
Regina, fu decurione (termine che, in evidente nostalgia di romanità, designava 
i membri dell'amministrazione comunale, principalmente nelle aree di 
dominazione spagnola) di Sammarco; amico di Dumas, che aveva ospitato, e 
che probabilmente l'aveva ispirato con le sue Memoires de Garibaldi; 
appassionato sostenitore di Garibaldi; amico ed ammiratore di Fumel ("il 
salvatore delle Calabrie"). Il testo comprende poco più di venti pagine 
manoscritte, Memorie del colonnelle Pietro Fumel, raccontatemi da lui 
stesso nella Trattoria Garibaldi in Milano vicino a Porta Nuova nei giorni 20, 



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21, 22, 23 e 24 marzo 1865, nelle quali Fumel è presentato come il prototipo 
dell'uomo virtuoso (l'unico blando difetto, assai perdonabile, è che "le donne 
furono sempre la passione del colonnello"), coraggioso, astuto, giusto e 
galantuomo, che fa fucilare i briganti (anche se su questo si sorvola) ma 
soprattutto li arresta a dozzine (43 in un unico agguato!); che pacifica famiglie 
in lotta per questioni d'onore; che si traveste da monaco per arrestare un 
brigante; che dice ad un marito che è cornuto per fargli uccidere il presunto 
amante della moglie, il brigante Ferrigno, e "questi [il cornuto] lo ferma 
[Fumel] e gli mostra la testa di Ferrigno, ed in ciò digrignava i denti come una 
Jena, girando attorno occhi infiammati"; che fa arrestare due fratelli di 
Montalto che, per vendicarsi dell'uomo che aveva disonorato la sorella, rubano 
gioielli al padre per pagare un brigante che uccida il seduttore - una volta 
arrestati, ordina di farli fucilare, ma poi, quando uno dei due lo supplica di 
fucilarlo ma di risparmiare l'altro, per non "orbare troppo il vecchio genitore", 
il Fumel "si commuove fino alle lacrime a tanta abnegazione" e risparmia 
entrambi i fratelli. Troviamo, quindi, il ritratto di un vero eroe, astuto come 
Ulisse e giusto e a volte tenero come il pio Enea, del quale però non condivide 
la religiosità, poiché è, al contrario, violentemente anticlericale. Nella 
narrazione i preti sono infingardi, sensuali, fiancheggiatori dei briganti (del 
resto che fossero fiancheggiatori era risaputo: la chiesa era alleata dei Borboni, 
che erano sostenuti dai briganti e che a loro volta li sostenevano, in un estremo 
tentativo di recuperare il potere), e Fumel non li tratta certo coi guanti, come 
nell'episodio nel quale il prete si rifuta di sposare una ragazza incinta al 
seduttore ferito a morte: il prete "incomincia a parlare latino al Colonnello, e 
questi fremente di rabbia disse a me razza di canaglia parli latino, io ti rispondo 
con la sciabola, e là per là cominciò a scaricargli una tempesta di schiaffi. Il 
rimedio riuscì efficacissimo [...]". Gustoso l'episodio del monastero di 
Cosenza, dove Fumel va ad arrestare un monaco e trova i frati che 
disperatamente si disfano di lettere e ricordi amorosi insieme a una signora, 
evidentemente discinta - visto che la fa coprire con un mantello da carabiniere 
- che lo supplica di non rovinarla, e il Colonnello la fa riportare a casa, dal 
marito e dai figli; con un sapore nitidamente boccaccesco quello del milite 
che, ospitato con un commilitone da un prete, "va a coricarsi con la serva del 
prete", che si alza, va al letto della serva e inizia a toccarla, ma in realtà tocca 
il milite, il quale, vistosi a mal partito, gli tira un calcio e fugge nel suo letto; 
il prete denuncia il soldato come brigante al colonnello, che però, invece di 
punire il soldato, rimprovera aspramente il prete e lo accusa di aver voluto 
"sedurre il Milite, e lo dice sodomita". 

Infine, è un piccolo racconto aneddotico, che curiosamente ricorda 
per certi versi la Vida de Gregorio de Mattos e Guerra scritta verso il 
1740 da Manuel Pereira Rabelo, a confermare l'esistenza non solo di topoi 



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ma quasi di funzioni biografiche proppiane che ricorrono in testi del tutto 
autonomi e certamente ignari l'uno dell'altro: vita encomiastica, celebrativa, 
svolta per aneddoti e senza grandi preoccupazioni cronologiche. 

Lo stile di Vincenzo è abbastanza sciatto; il racconto si svolge nella 
prima parte in prima persona, con Fumel come io narrante, nella seconda, 
meno elaborata ed apparentemente rimasta quasi alla stregua di appunti da 
riscrivere, Vincenzo parla di Fumel in terza persona. 

A giudicare dalla lettera a Fumel preposta al testo, il colonnello era 
caduto in disgrazia, e quindi il racconto di Vincenzo ha propriamente carattere 
di apologia e difesa di un grand' uomo ingiustamente danneggiato: 

Ero suo ammiratore allorché compieva qui la sua ardua missione, 
ma la mia ammirazione arrivò al colmo, allorché cercando il salvatore 
delle Calabrie lo rinvenni in un locale indecente accanto al naviglio, 
attendere al nojoso impiego di distribuire sali e Tabacchi, senza però 
pronunziare una parola, un'allusione contro coloro che sconoscendo 
i grando servigi da lei resi alla patria, ingratamente ne lo rimeritava; 
però deve consolarsi al pensiero che fu sempre questo il destino 
degl'uomini virtuosi; ma verrà giorno che la storia scevra di passioni 
le farà quella giustizia che ora gli si niega tramandando ai posteri 
quei fatti, che l'han reso tanto benemerito cittadino di più paesi. 

Nella lettera a Fumel Vincenzo parla del suo viaggio di ritorno da 
Milano, descrive l'accoglienza festosa a Sammarco alla notizia del suo incontro 
e di aver mostrato a tutti una foto del colonnello, e dice "Sto ordinando tutti 
i racconti che che ella mi ha fatto in materia di brigantaggio, per rimetterli al 
Sig.r Dumas, al quale ne ho scritto; prima di mandarglieli ne spedirò a lei una 
copia per darvi un'occhiata, e rettificare qualche cosa che mi sarà sfuggita 
dalla memoria". Fumel però morì nel 1866; apparentemente Vincenzo non 
finì di rielaborare il testo, anche se era ancora vivo nel 1875. 

La storia del brigantaggio e degli uomini che appartenevano ai due 
schieramenti opposti ha conosciuto radicali cambiamenti di prospettiva, e, se 
ancora oggi alcuni considerano il brigantaggio alla stregua della delinquenza 
comune, per lo più, però, è diffusa la nozione del carattere politico delle azioni 
intraprese dalle bande di briganti, così come si ha maggior chiarezza sulle 
gravissime responsabilità del governo sabaudo per quel che riguarda il divario 
via via crescente fra nord e sud e il conseguente abbandono dell'Italia da parte 
di tanti meridionali (e qui ritorniamo così al nostro tema iniziale). Il temibile 
e temuto Colonnello Fumel, infatti, ha avuto anche un'altra funzione, indiretta 
ma non meno importante: con la sua feroce repressione di briganti e 
fiancheggiatori, di indubbia efficacia, ha senz'altro contribuito a ingrossare il 



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flusso migratorio che dal nostro meridione, stretto nella morsa della povertà 
e della paura (denunce, delazioni, azioni di polizia brutali, oltre alla diffidenza 
ed al timore nei riguardi di quell'oggetto misterioso, remoto ma sempre pronto 
a colpire, il nuovo governo sabaudo) si è riversato nelle Americhe. 

È curioso constatare come un personaggio quale il Fumel suscitasse 
a sua volta, così come il brigantaggio, reazioni così controverse; è in ogni 
modo preferibile considerare il testo di Vincenzo come un piccolo romanzo 
biografico, deformato dall'ammirazione così romantica per l'eroe e dall'idea 
tutta risorgimentale di un'Italia finalmente riunita e da difendere ad ogni costo. 



Nota 

1 Traggo le informazioni ed i documenti su Sammarco qui da un interessante e 
documentato site a cura di Paolo Chiaselotti, < http://members.tripod.com/ 
~cister> 



Bibliografia 

ALTOMONTE. Mafia briganti camorra e letteratura. Milano: Pan Editrice, 
1979. 

CANDELORO, Giorgio. Storia dell'Italia moderna. 11 voli. Volume quinto: 
La costruzione dello stato unitario, 1860-1871. Milano: Feltrinelli 1978- 
1986. 

CHIASELOTTI, Paolo, http://members.tripod.com/~cister Acesso il 16/10/ 
2001 

DUMAS, Alexandre. Memórias de Garibaldi. Trad. Antonio Caniccio- 
Caporale. Porto Alegre: L&PM, 1999. 

http://www.localport.it/canavese/storia/iv personaggi due.asp Accesso il 15/ 
10/2001. 

LA REGINA, Vincenzo. Memorie del Colonnello Pietro Fumel, 

raccontatemi da lui stesso. 22 pp manoscritte. 1865. 

MOLFESE, Franco. Storia del brigantaggio dopo l'Unità. 2a ed. Milano: 
Feltrinelli, 1972. 

PAGANO, Antonio. La pulizia etnica piemontese nel Regno delle Due Sicilie. 
< http://www.cronologia.it/storia/al862f.htm >. Accesso il 9/10/2001.